La prima licenza
Era l'agosto del 1986, non mi ricordo il giorno preciso, ma, quasi certamente, era intorno a Ferragosto. Dai primi di luglio stavo facendo il servizio militare, e, dopo un mese di CAR trascorso ad Orvieto, ero stato trasferito da alcuni giorni a Piacenza per fare un corso da fuoribordista che sarebbe durato tre mesi circa, e mi avrebbe permesso di diventare un conduttore di motoscafi militari (soltanto in teoria però). In quel periodo avevo ottenuto un permesso o un congedo provvisorio (non ricordo quale fosse il termine tecnico) che mi dava la possibilità di tornare a casa per qualche giorno. Era il primo che ottenessi, e ne ero felicissimo, poiché sentivo in modo molto forte la mancanza dei miei e della mia casa. Quel mattino di metà agosto, col foglio di congedo in mano, abbandonai la caserma Nicolai della città emiliana e mi diressi alla stazione speditamente. Era un giorno molto caldo, come è normale che avvenga ad agosto, nel pieno dell'estate; ma più che l'afa, quel che ricordo è il groviglio dei miei pensieri mentre attendevo l'arrivo del treno alla stazione. Non avevo preso bene quell'anno di leva: era divenuto, per me, una vera tragedia. Passavo molto tempo a piangere, mi disperavo perché incapace di affrontare un periodo così lungo lontano dai miei e dalla mia casa. Prima di partire, ricordo di essere passato ad un edicola, e di aver comperato tre o quattro riviste insieme ad un giornalino a fumetti dell'uomo ragno. Il fatto è che, pur avendo già vent'anni, io ero, sostanzialmente, ancora un ragazzino impaurito da certe situazioni, sicuramente ancora immaturo. Quando il treno diretto a Roma arrivò alla stazione, salii e subito scoprii che era quasi vuoto. Fui contento di avere uno scomparto tutto per me (e lo rimase per tutto il viaggio); mi accomodai e cominciai a godermi questo tragitto verso casa. Fu uno dei viaggi più belli della mia vita. A mano a mano che il treno avanzava, passando da stazione a stazione, la mia felicità aumentava: sentivo avvicinarsi l'agognata meta e in cuore provavo un senso di benessere che raramente ritrovai in seguito. Ho sempre amato viaggiare in treno: mi dà un senso di rilassatezza che non trovo viaggiando con altri mezzi. Guardo di fuori, dal finestrino, e mi godo il paesaggio che cambia in continuazione; mi godo le stazioni, che mi dànno una sensazione particolare difficilmente spiegabile; e mi godo infine l'arrivo. Durante il tragitto Piacenza-Roma, che, per quel che ricordo, durò sei ore circa, passai il tempo leggendo riviste e giornalini, guardando i paesaggi dal finestrino, contando sul libro dell'orario ferroviario le stazioni mancanti per giungere alla capitale, mangiando un paio di panini quando avevo fame, facendo un sonnellino nei momenti in cui alla noia si aggiungeva una accentuata sensazione di sonnolenza... Ma, in determinati momenti, mi lasciavo attraversare da pensieri di vario tipo. Tra gli altri, mi ricordo che ripensai ad una canzone famosa di Francesco De Gregori, uscita un po' di anni addietro: "Generale". La ricantavo con la mente e ricordavo, più di tutto, gli ultimi versi: «Generale queste cinque stelle / queste cinque lacrime sulla mia pelle / che senso hanno dentro al rumore / di questo treno che è mezzo vuoto / e mezzo pieno e va veloce / verso il ritorno, tra due minuti / è quasi giorno, è quasi casa, / è quasi amore». Mi immedesimai in queste parole e mi chiesi il senso di un servizio militare che allora (purtroppo) era obbligatorio; pensai alle tante mie lacrime versate in quei giorni, al treno semivuoto che si avvicinava alla mia casa, alla mia famiglia che mi attendeva... Quando il treno si avvicinò a Roma sentii in cuore un immenso piacere: vidi le case nei pressi della stazione Termini e mi parvero le più belle del mondo. Arrivai verso sera e trovai ad attendermi in stazione i miei genitori. Appena scesi andammo in un bar dove ebbi modo di dissetarmi (avevo finito da tempo le mie scorte di liquidi): bevvi tutta d'un fiato la migliore limonata che io mi ricordi, poi ci avviammo verso la sospirata casa. Non racconterò del dolore e dei pianti quando fui costretto a riprendere il viaggio verso Piacenza.
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