Marco B.
Marco B. era un bambino che abitava ad Ostia Antica; lo ebbi come amico di giochi durante la mia prima infanzia. Di lui ormai ricordo poco: certamente aveva i capelli biondissimi e lisci, e forse nel suo volto erano visibili delle lentiggini. Ricordo anche, tra le cose che più lo caratterizzavano, l'estrema vivacità e l'estroversione; fare amicizia con lui per me non fu certo difficile, perché era un bambino particolarmente socievole. La sua famiglia, per quel che rammento, era formata dalla mamma e da due o tre fratelli maggiori; il padre credo non ci fosse, e il motivo di tale assenza mi è stato sempre ignoto. Vivevano in un appartamento di una casa "popolare", che si trovava di fronte al palazzo in cui risiedevano i miei nonni materni. Mi accadeva di trascorrere anche intere giornate insieme a lui nel periodo estivo, quando i miei genitori partivano di buon mattino per andare a lavorare a Roma, non prima però di avermi accompagnato fino alla casa dei miei nonni, dove trascorrevo gran parte delle giornate (praticamente tutte le settimane, escluse le domeniche). Marco era un bambino molto più sveglio di me, ed era capace di fare cose che io non sarei mai stato in grado di fare. Di lui ricordo poco, ma mi viene in mente sempre una mattina in cui rimanemmo insieme per diverse ore a giocare, e ci divertimmo alquanto. Alla fine di quella stessa mattina, dopo che i miei genitori - tornati dal luogo dove lavoravano - ebbero pranzato in casa dei nonni, fui richiamato da mio padre mentre ero a giocare con Marco, perché dovevo tornare a casa insieme a loro. Ci dispiacemmo entrambi, ma dovetti abbandonare i giochi e andare via; salii quindi sul sedile posteriore dell'automobile dei miei, che era parcheggiata nella strada prospicente la casa dei nonni, e mi avviai con papà e mamma verso la nostra abitazione. Trascorsi pochi metri però, mi avvidi della presenza di Marco proprio dietro la nostra automobile: aveva preso la sua biciclettina, e ci seguiva forsennatamente, faticando non poco a mantenere la velocità dell'auto. I miei, accortisi anche loro della sua presenza, si meravigliarono di tale comportamento, un po' divertiti e un po' preoccupati perché temevano che Marco potesse cadere a causa della troppa velocità; rallentarono quindi, consentendo a Marco di seguirci senza troppi affanni. Quando l'auto imboccò il vicolo cieco in fondo al quale si trovava l'appartamento in cui vivevano allora, Marco si fermò, e ci guardò da lontano. Giunti al cancello di casa, dopo aver parcheggiato l'auto uscimmo, e sorridendo lo guardammo; ci salutò con la mano e noi ricambiammo il saluto, poi se ne tornò verso casa. Frequentai Marco solamente per pochi anni: la sua famiglia presto si trasferì in un'altra casa, lontana dalla frazione dove vivevo e vivo. Non ebbi più alcuna notizia di lui e dei suoi cari. Marco ora fa parte dei tanti, piacevolissimi ricordi della mia meravigliosa infanzia.
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